Volkswagen Rivista

SAPERE DI PIÙ

« mi piacerebbe fare a cambio di auto con Ogier. » 

Un’intervista a Jochi Kleint, vincitore con la Golf GTI 1600 del Campionato tedesco di RallyCross del 1978, su passato, presente e futuro del rally.

Testo Jochen Förster
Fotografie Volkswagen Motorsport

Accelerare, senza sapere cosa s’incontra, con qualsiasi condizione atmosferica, su qualsiasi terreno – nessuno conosce meglio di Klaus-Joachim Kleint, detto “Jochi”, questa fondamentale virtù del rally. Negli anni ’70 e ’80 l’oggi 66enne di Amburgo era tra i fuoriclasse del mondo del rally. Tra i momenti culminanti dei suoi 27 anni di carriera da corridore si annoverano il titolo di Campione europeo di rally nel 1979, un terzo posto al Rally di Monte Carlo e tre partenze alla “Pikes Peak” in Colorado.

Das Auto. Rivista: Signor Kleint, a 18 anni, qualche settimana dopo il suo esame di guida, ha partecipato nel 1966 per la prima volta a un rally. Cosa La attirava allora verso questo sport?


Kleint: Direi l’imprevedibilità. Il dover essere sempre pronti a tutto, in ogni momento, dietro a ogni curva. Ma all’inizio della mia carriera non ero così consapevole di questo fascino. Sono, per così dire, nato nel motorsport. Mio padre amava le moto, dopo la guerra partecipò più volte al leggendario Stadtparkrennen di Amburgo. Ad Amburgo-Bahrenfeld aveva un’officina, che mio fratello, di otto anni più vecchio di me, trasformò sempre più negli anni ’60 in una fucina di macchine da rally. Ernie era appassionato di rally. È stato lui a trasmettermi l’entusiasmo. Purtroppo è morto troppo presto – è precipitato con un aereo nel 1989.

Per alcuni anni, Lei e Suo fratello avevate messo su una squadra da rally semi-professionale. Tra i primi corridori da voi scoperti ci fu un certo Walter Röhrl.

 

Aveva 21 anni quando si è unito a noi. Un pilota di gran talento. Ce ne accorgemmo subito, per i buoni tempi segnati al Rally Bavaria. Un anno dopo lo ingaggiammo per un compenso annuale di 250 marchi. Nel 1971 partecipò a molte gare e con il team Kleint arrivò terzo al Campionato tedesco di rally. Nel 1972 passò alla categoria professionisti. Mi è piaciuto sin dall’inizio, ci capivamo a meraviglia. Nessuno poteva immaginare allora che sarebbe diventato due volte Campione mondiale di rally.

Lei ha celebrato la Sua prima grande vittoria nel 1978 con la Golf GTI I, con cui si aggiudicò il Campionato tedesco di RallyCross, allora ancora non ufficiale. Nello stesso anno, si presentò per la prima volta al Rally di Monte Carlo – a bordo di un diesel.  


Una Golf I SDI, con 50 CV e senza tecnologia GTD, con neve e ghiaccio al Col de Turini. È stato il primo rally con un punteggio diesel tutto suo, un campo nuovo per tutti. Alla fine abbiamo raggiunto il 13° posto rubando in parte la scena ai grandi.

Estering Cup 1978 Al Campionato tedesco di RallyCross, allora ancora non ufficiale, Jochi Kleint riuscì ad aggiudicarsi la prima grande vittoria per Volkswagen nei pressi di Buxtehude.


Da maggio 2014, Volkswagen parteciperà insieme ad Andretti Autosport al Global RallyCross Championship (GRC) negli USA, dove questa disciplina sportiva sta avendo un boom da anni. Cos’ha il RallyCross che il rally non ha?


Il carattere di duello. Le auto gareggiano direttamente una contro l’altra. Per gli spettatori è avvincente perché possono vedere sempre chi è in vantaggio, ci sono manovre di sorpasso e talvolta si assiste a carambole. Il problema sta solo nel fatto che è molto difficile sorpassare se non hai un’auto tecnologicamente più avanzata. Ai miei tempi dipendeva soprattutto da chi riusciva ad arrivare per primo alla prima curva.

Che cosa distingue i rally di oggi da quelli degli anni ’70?


Dal punto di vista tecnico, quasi tutto. Oggi sono l’high tech, l’analisi dei dati, il briefing, lo spostamento del peso da parte d’interi staff d’ingegneri a farla da padrone. Quando io iniziai lo sport del rally, operavamo a una scala molto più piccola. Si improvvisava qualche modifica al motore, l’assetto era un po’ più duro, ma per il resto si guidava più o meno un’auto di serie ben equipaggiata. Rispetto a oggi, allora potevamo noi stessi mettere ancora mano alle nostre automobili, all’occorrenza.

Non ha mai pensato di diventare un corridore di Formula 1?


Non proprio. Nel 1965, ancor prima della mia prima corsa di rally, io e mio fratello abbiamo costruito di nostra iniziativa un’auto da corsa da Formula V – anche Niki Lauda ha iniziato in passato la sua carriera su una di queste macchine. Mi piaceva quell’auto, ma quando l’anno dopo corsi al rally, non fu difficile scegliere. Sa, il rally e il circuito hanno ben poco in comune. Anche questo è un motivo per cui i corridori di Formula 1 come Räikkönen o Kubica pagano uno scotto al WRC: rischiano semplicemente troppo.

Qual è stato il momento culminante della Sua carriera?


Le tre volte che ho partecipato alla “Pikes Peak” nelle Montagne Rocciose, la corsa tra le montagne più spettacolare del mondo. Su appena 20 chilometri occorre far fronte a un dislivello di 1439 metri con una pendenza media di circa il 7 per cento. Il traguardo è a 4301 metri d’altitudine – nell’aria sottile, i normali motori a ciclo Otto perdono un terzo della loro potenza. Per le mie partenze dal 1985 al 1987, Volkswagen aveva sviluppato una “Twin Golf” con due motori – un turbocompressore davanti e un altro dietro. L’idea consisteva nel disporre di doppia potenza in salita e, in caso di danni al motore si continuava a marciare potendo scegliere tra una trazione anteriore, una posteriore e una integrale. Un’auto incredibile, che passava da 0 a 100 in 3,4 secondi. Nel 1985 mi sono aggiudicato il terzo posto e il titolo di “Rookie of the Year” (miglior esordiente). Nel 1987, nei tempi intermedi, ero in testa, finché due curve prima del traguardo non si spezzò la sospensione anteriore. Il bimotore era un’idea affascinante, ma purtroppo non in grado di far fronte al futuro.

Un momento che preferirebbe non rivivere?


Nel 1981 in Portogallo, sulla ghiaia, stavo percorrendo una lunga curva a destra sottosterzando*, quando improvvisamente la pressione dei pneumatici venne meno. Sfrecciai giù per il pendio, sfondai un muro e mi ribaltai per ben dieci volte. L’auto era ridotta a pezzi. Io e il mio compagno rimanemmo illesi. Allora avemmo veramente tanta fortuna.

 

 

Cosa ne pensa dell’abilità di guida del campione di WRC Sébastien Ogier?


Posso solo dire: tanto di cappello. È un pilota fantastico, di gran talento e, soprattutto, incredibilmente costante. Se da corridore di rally sono buttato fuori alla settima prova, non mi serve a molto aver vinto le prime sei. Si tratta di sfiorare i limiti, ma senza strafare mai. E in questo Ogier è bravissimo.

È mai salito sulla nuova Polo R WRC?


No, ma vorrei tanto fare a cambio di auto con lui. Ogier sale sulla mia GTI 1600, io mi accomodo sulla sua Polo da campione mondiale, e poi ci cimentiamo in una piccola corsa tra generazioni – il vecchio nell’auto high tech e il campione nell’auto d’epoca da rally. Sarebbe interessante vedere chi ha la meglio.